NON MOLESTERAI IL FORESTIERO NÉ LO OPPRIMERAI,
PERCHÉ VOI SIETE STATI FORESTIERI NEL PAESE D'EGITTO
(Esodo 22,20)

Xenos è in greco lo straniero, l'ospite,
ed a sua volta l'italiano "ospite" indica colui che accoglie e colui che è accolto.
XENODOKÌA è l'accoglienza dell'ospite/straniero.
La Calabria nel corso dei secoli è stata meta di moltissimi popoli, a volte ospiti,
a volta ostili, diversi per tradizioni, lingue e religioni:
greci, latini, arabi, ebrei, normanni, albanesi, spagnoli,
occitanici, slavi, armeni, e altri ancora.
Di quel che rimane di questi flussi e influssi, della loro storia,
della loro cultura e della loro attualità vuole occuparsi questo blog,
senza ignorare le nuove immigrazioni.
Mi occuperò quindi dei popoli di antico insediamento e tuttora presenti:
Arbëreshe, Grecanici, Occitani e Rom, con occasionali incursioni
tra popoli non più presenti (Armeni e Germani) o presenti in modo sporadico (
Ebrei)
o in nuove forme (Arabi e Slavi), o presenti per la prima volta nelle nostre terre
in questi ultimi anni (Cinesi, Curdi, Romeni).

Eventi e appuntamenti

6/18 ottobre, Vaccarizzo (CS), S. Costantino Albanese (PZ), Melpignano (LE), Oristano: Per isole. Culture di minoranze

6/18 ottobre Cosenza, Campobasso, Potenza, Roma: Per isole. Culture di minoranze

31 ottobre Carosino (TA): Gli arbereshe e il Mediterraneo, e del libro "Il Mediterraneo vissuto" di Pierfranco Bruni
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lunedì 20 ottobre 2008

Insediamenti valdesi




In questa cartina presento un quadro sintetico delle presenze occitano-valdesi in Calabria, traendone le notizie essenzialmente dal volume di Antonio Perrotta, I valdesi a San Sisto, Guardia, Montalto, San Vincenzo, Vaccarizzo, Argentina e Piano dei Rossi, Pellegrini, Cosenza, 2005.
Traggo invece dal volume di Cesare Colafemmina, Per la storia degli ebrei in Calabria. Saggi e documenti, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1996, la segnalazione di due luoghi che si trovano al di fuori della cartina grande.




Sono segnate in rosso le principali località storiche dell'insediamento: Caldopiano, Greco, Guardia Piemontese, Montalto Uffugo, San Sisto dei Valdesi, San Vincenzo La Costa, Santa Maria La Castagna (erano presenti anche in altre frazioni, ma non sono segnate sulla cartina).

In blu sono segnate località di diverso carattere: Argentino (o Argentina), Piano dei Rossi e Vaccarizzo, da cui migrarono dopo il primo insediamento; Cosenza, dove forse vi furono presenze sporadiche, e che è terra valdese grazie al sangue che molti di loro vi versarono; Bisignano, che ebbe qualche sporatica presenza; Fuscaldo, Mottafollone e Tarsia, dove vi risiedettero dopo la conversione forzata.

In viola è segnalata Gesuiti, dove non è sicuro se furono presenti prima della strage dell'Inquisizione del 1561, o se vi furono solo deportati alcuni di loro come "convertiti".
Mi scuso anticipatamente per eventuali errori e omissioni, che cercherò di verificare e correggere al più presto.

lunedì 6 ottobre 2008

Popoli islamici

All'armi! all'armi! la campana sona:
li turchi sù arrivati a la marina!
Per secoli questo grido ha risuonato lungo quasi tutte le coste italiane, e con particolare intensità lungo le nostre. Rimasto nella memoria storica degli anziani, il ricordo delle incursioni "saracene", che ha determinato molto della nostra storia, influenzando anche la lingua e la cultura.

Presenti in Calabria sia con incursioni (per oltre un millennio: a partire dai primi dell’800 dC, viene annotato l’ultimo tentativo di incursione nel 1842 al largo di Punta Stilo!), che con occupazioni temporanee e la costituzione di piccoli emirati in varie località (Squillace, Santa Severina, Amantea, ecc.), gli “arabi” (detti variamente turchi, saraceni, mori, agareni, ed in altri modi ancora) non erano realmente tali.
Ciò che li unificava era la comune religione islamica, ma in realtà provenivano da un’enorme area che va dall’estremo occidente all’estremo oriente del bacino mediterraneo.
Nonostante fossero incursori e depredatori, strinsero intensi rapporti commerciali ed economici con la Calabria, alla quale trasmisero non solo terrore, ma anche cultura e conoscenze tecnologiche.
Grazie a loro giunsero colture come quella del gelsomino o di vari agrumi: bergamotto, e forse arance, mandarini e limoni.
Furono comunque uno degli elementi che causò la decadenza della nostra terra, non ultimo l’impoverimento demografico, con la cattura di schiavi, e l’abbandono delle coste.
Bisogna comunque dire che la cattura ed il commercio degli schiavi veniva esercitato anche dai cristiani nei riguardi delle popolazioni musulmane.
E bisogna anche aggiungere che in alcuni casi gli stessi calabresi, oppressi dalla miseria, si facevano catturare, nella speranza di un futuro migliore, o quanto meno di non morire di fame.

Uluj Alì (Occhialì)
Emblematica in questo senso la vicenda del pirata Occhialì, che, catturato dai turchi, si convertì all’islam, raggiunse posizioni di prestigio e guidò svariate incursioni in quella che una volta era la sua terra.
Oppure di Scipione Cicala (sebbene per alcuni fosse siciliano o genovese), sul quale resta una strofa di un antico canto popolare:
Arrivaru li turchi, a la marina
Cu Scipioni Cicala e novanta galeri.
Na matina di maggiu,
Cirò vozzi coraggiu
Mentre poi a settembri, toccò a Riggiu.
Genti fujiti, jiti a la muntagna,
Accussì di li turchi nessuno vi pigghia!


Dei rapporti e della dominazione testimoniano molte parole entrate nel nostro vocabolario: zirru, giarra, tafareda (contenitori); articoli commerciati erano fjannacca (collana) e juppuni (camicia femminile), e del linguaggio commerciale fanno parte anche magazeni e tamarru (venditore di datteri); tùmanu (unità di misura agraria), màzara (pietra per schiacciare gli alimenti preparati nel salaturi), gebia (vasca di irrigazione), farruba (carruba), zàccanu (recinto per animali), sciàbica (rete da pesca) mostrano l’influenza nelle tecniche agroalimentari, e termini come guàjara (ernia) e limbiccu (alambicco, per produrre l’alcol) appartengono al campo medico-farmaceutico.
Ed infine, turcju (turculus = piccolo turco) era il bambino morto senza battesimo, suraca (syriakè = siriana) erano i fagioli.
Restano tracce anche nei nomi di alcuni paesi: Saracena, Bagaladi (da Baha’llah = Splendore di Dio), e Altomonte si chiamava originariamente Brahalla (Baraka'llah = Benedizione di Dio), nonché molte contrade e località: Torre Saracena variamente presente, Pietra del Califfo a Stilo, e molti altri.
Dei musulmani rimasti, o discendenti da quelli che prima erano i dominatori, o schiavi catturati dai pirati "cristiani" restano alcuni cognomi: Alì, Morabito, Modafferi, Alfarano, ecc. e forse anche Armocida; un'origine "turca" potrebbero avere gli antenati delle varie famiglie Turco, Saraceno, Lomoro.
Secondo qualcuno, del trascorso di invasioni resta la diffidenza verso i forasteri, e dell'influenza islamica resta l'atavica rassegnazione e l'assoggettarsi al destino, ma questo è un campo molto più complesso da affrontare.

Oggi assistiamo ad un ritorno di elementi arabi e musulmani di tipo completamente diverso: curdi, irakeni, afghani, somali e maghrebini.
E’ il fenomeno dell’immigrazione: gli spostamenti di popoli sono sempre avvenuti e sempre avverranno, non possiamo che essere contenti che oggi si svolgano non immigrazioni pacifiche per quanto clandestine e “fastidiose”.
In questo campo, la Calabria, accanto a tutti i problemi che sappiamo, mostra fenomeni di integrazione con reciproco arricchimento culturale ed anche economico.

giovedì 2 ottobre 2008

Grecìa calabrese

Presento qui una brevissima introduzione ai grecanici di Calabria, un'etnia ridottissima e forse (a dispetto dei numerosi e generosi tentativi di mantenerla e svilupparla) in via di scompara.
Sarebbe un vero peccato, perché noi tutti calabresi al di sotto della Sila eravamo (dove fino al XII secolo, dove fino al XIX) grecanici, e profondissime sono tra di noi le tracce del greco: nella lingua, nei riti, nelle tradizioni, nella cultura.
Presento anche tre cartine, che, nella loro eterogeneità nel presentare l'area grecanica, mostrano quanto sia difficile individuarne la reale estensione attuale.

Mi raccomando: il titolo è da leggere Grecìa,
con l'accento sulla i, e non Grécia con l'accento sulla e!

Per quanto riguarda l'origine della lingua grecanica, si scontrano due scuole di pensiero.
Secondo Gerhard Rohlfs (il primo, indimenticato e indimenticabile, e tuttora il più grande studioso della lingua grecanica di Calabria e Puglia, e del calabrese in generale), questa aveva origine direttamente dalla lingua parlata dai colonizzatori della Magna Grecia.
Con lui concordano numerosi studiosi, soprattutto stranieri e greci in particolare, mentre molti altri (soprattutto italiani) ne fanno risalire l'origine all'epoca bizantina, durante la quale, secondo gli altri, si invece avuto solo un rafforzamento e un rinnovamento della lingua greca.
La questione è, e credo sia destinata a restare, irrisolta, in quanto sia gli uni che gli altri portano vari argomenti a sostegno della loro tesi.
Certo, se è dimostrata (come sembra sia dimostrata) la permanenza in Calabria e Puglia di termini e fenomeni linguistici che non possono che avere origine plurimillenaria...
Quello che comunque è certo, è che nei secoli scorsi la diffusione del grecanico in Calabria era molto più estesa di quanto sia attualmente, come potete vedere in questa prima cartina, dove, accanto alle aree dove attualmente si parla greco, sono segnalate le zone in cui lo si parlava nei secoli scorsi: ad ogni colore corrisponde un limite temporale fino al quale sembra fosse parlato il grecanico, a partire dal XV secolo.



Al di là della questione delle origini (tuttora irrisolta) e della presenza storica del grecanico fino ai secoli scorsi (sulla quale invece c'è un accordo generale), si può notare anche una divergenza su quali siano le aree di attuale diffusione del grecanico, come si può vedere da questa seconda cartina, pubblicata sul bellissimo sito Misiti, nella quale ho evidenziato con un rettangolo blu le zone in cui si parla ancora (purtroppo per lo più solo gli anziani!) il grecanico, mentre le altre località segnate fanno parte semplicemente della zona "amministrativa" chiamata grecanica, in cui sono presenti per lo più paesi in cui la lingua si parlava fino a tempi relativamente recenti, mentre in altri ormai da secoli non ne restano che tracce linguistiche.
La terza cartina, dal sito Grecìa Calabra, non distingue tra paesi in cui si parla attualmente grecanico e quelli in cui non si parla più, ed inoltre delinea una zona grecanica diversa da tutte e due le precedenti cartine.
Come si vede, è quanto mai urgente uno studio di questo nostro territorio, prima che se ne perda completamente la sua autenticità.

venerdì 26 settembre 2008

Persecuzione dei valdesi di Calabria

Ancora dal sito del Comune di Guardia Piemontese.

La Porta del Sangue, che era la porta di ingresso principale
al paese, è così chiamata poichè si narra che durante l'assalto
a Guardia Piemontese, perpetrato dalle truppe del Marchese Spineli, il sangue vi scorresse a fiotti

Con l'avvento degli spagnoli nell'Italia meridionale, e in epoca della Riforma protestante, gli eventi mutarono radicalmente presso le colonie valdesi in Calabria che fino a quel punto avevano goduto del rispetto e della protezione dei signori locali.
Nel 1532, il Sinodo generale di Chanforan, in Val d'Angrogna, sancì l'adesione alla Riforma protestante del movimento valdese.
In Calabria, le colonie valdesi furono esortate da pastori protestanti ad abbracciare il culto pubblico seguendo l'esempio dei confratelli delle valli piemontesi che già da diverso tempo avevano deciso di non nascondere più la loro fede. I valdesi di Guardia conobbero e abbracciarono, grazie alle visite periodiche di pastori provenienti dalle Valli, la nuova dottrina di Calvino.
Spinti dall'entusiasmo inviarono nel 1558, nonostante il divieto posto dal pastore Egidio Gilles, un certo Marco Uscegli a Ginevra per avere altri pastori. Da Ginevra fu mandato in Calabria un certo Gian Luigi Pascale accompagnato dallo stesso Uscegli e da altri fratelli. La predicazione di Pascale entusiasmò ancor di più i coloni fino al punto di attirare l'attenzione del Marchese Spinelli, il quale, informato degli eventi e temendo l'intervento del Sant'Uffizio, tentò dapprima di esortare Pascale e Uscegli ad abbandonare i luoghi delle loro predicazioni, quindi, resosi conto della loro assoluta determinazione nel perseguire l'opera di riforma, li fece arrestare.
Molti valdesi guardioli indignati per gli arresti accusarono il Marchese Spinelli di angherie nei loro confronti al Viceré di Napoli. Fu a questo punto che Spinelli denunciò i guardioli come eretici allo stesso Viceré.
Pascale, Uscegli e altri fratelli furono trasferiti prima nelle carceri di Cosenza, quindi a Napoli ed infine a Roma. Invano tentarono alcuni frati cattolici nel convincere Pascale e gli altri a rinnegare la loro fede. Gian Luigi Pascale fu impiccato la mattina del 16 settembre 1560 nella piazza di Castel Sant'Angelo e il suo cadavere fu poi bruciato. Non si conosce invece il destino che ebbe Uscegli.

Processo verbale della morte di Gian Luigi Pascale redatto dalla confraternita di S. Giovanni Decollato
(l'originale è conservato presso l'Archivio di Stato di Roma).
Domenica sera addì XV settembre a ore una incirca di notte sendo stati giamati andammo in tor di nona dove era condennato a morte Gio:Luigi Pascale di Gunio di Piemonte il quale era luterano perfido nemmaj volse confessarsi ne udire messa nekando ogni S° ediuno precetto e sagramento inquale sua ostinacia resto lunedì mattina addì XVI detto fu condotto a ponte dove fu abruciato e si feciero le appresso spese.
A sachrestany e fattori baiocchi 45 p. un viaggio a fachini baiocchi 15 p. una foglietta di vino baiocchi 5 La cenere di detto Gio:Luigi Pascale non si ricolse altrimenti

Il Viceré di Napoli, d'accordo con il Grande Inquisitore, il cardinale domenicano Michele Ghislieri, futuro pontefice e santo Pio V, esortò i governatori delle province ad "estirpare le eresie".
La prima colonia a cadere sotto i colpi dell'esercito vicereale fu quella di San Sisto. Molti valdesi si diedero alla fuga ma vennero rintracciati nei boschi. Vi fu chi venne giustiziato sul posto, altri vennero fatti prigionieri. Le case furono distrutte e i beni confiscati. Fu a questo punto che il marchese Spinelli decise di impadronirsi di Guardia, e per far ciò ricorse ad uno stratagemma.

Ecco la descrizione che ne fa il Tommaso Costa, napoletano e cattolicissimo:
Egli dunque tentò insignorirsi di Guardia, senza ottenere le truppe crociate. A cui non bastando i suoi uomini d’arme, ricorse ad uno stratagemma, a un tranello. Come signore dei luoghi, egli finse dover spedire in Sammarco una cinquantina di delinquenti ed essendo inoltrato il giorno chiese di farli pernottare nel castello di Guardia e l’ottenne. Il comune non si niegava punto alla signoria del marchese; non si proponeva che di difendere la propria vita contro le orde di cereali, sapendo dietro l’esempio di San Sisto che non era a sperare misericordia. Li supposti delinquenti erano d’arme dello Spinelli; ed entravano in Guardia scortati da cinquanta altri giovani, tutti armati di sotto alle vesti di archibugetti a ruota. Quei di Guardia erano gente semplice, di buona fede. Lo stratagemma, comunque inorpellato, raggiunse lo scopo. Caduta profonda la notte, quei cento uomini sbucarono dalle carceri e dal castello, si avventarono per le case, facilmente si impadronirono del luogo e con prestabilito segnale ne avvisarono lo Spinelli, appostato nelle vicinanze con altri armati.Così avrebbe egli potuto imprigionare i più notevoli di quei terrazzani, e dare il luogo senza contrasto in balia delle truppe.
(Compendio dell’Istoria del Regno di Napoli per Collenuccio, Roseo e Costo. Napoli, Gravier, III, 210)

Era il 3 giugno 1561. L’unica testimonianza di quello che accadde in quei giorni è contenuta in tre lettere scritte da persona di Montalto:
In quei giorni si diede fuoco alle case di Guardia si abbatterono le mura si tagliarono le vigne.Nei primi undici giorni del mese di giugno ben, 2000 persone furono uccise, ma non bastando "si volle dare un formale esempio". I prigionieri Guardioti stavano chiusi ammucchiati dentro una casa. La mattina dell’11 venne il boia a pigliarsi a una a una le vittime. Trattone quello che gli capitava tra mano, gli legava una benda sugli occhi e menavolo in un luogo spazioso poco distante da quella casa. Qui fattolo inginocchiare, con un coltello gli tagliava la gola e lo gettava da parte cadavere o agonizzante com’era. Ripresa poi quella benda e quel coltello, su tutti gli altri ripeteva la stessa operazione. In quest’ordine ottanta otto persone furono sgozzate.
(Archivio Storico, prima serie, IX 163. Lettere riprodotte da Veggezzi - Ruscalla nel suo "Colonia Piemontese in Calabria", Torino 20 novembre 1862)
Gli spioncini, ancora oggi presenti su alcune porte,
furono imposti dall'Inquisizione
al fine di sorvegliare gli antichi coloni

Di tutte le colonie valdesi in Calabria l’unica a sopravvivere fu quella di Guardia Piemontese, dove furono raccolti tutti i graziati a condizioni durissime e sotto il controllo del "fedelissimo" marchese Spinelli.
Non gli era permesso sposarsi fra loro, sulle porte furono posti degli spioncini che dovevano rimanere sempre aperti per permettere ai sorveglianti di controllare che "non si abbandonassero a pratiche religiose non cattoliche".
Fu in questo periodo che per confermare la sua presenza il Vescovo di Cosenza fece costruire una Chiesa. Successivamente la famiglia Spinelli iniziò l’edificazione del Convento dei Domenicani "e vi poneva l’inquisizione in permanenza".

Valdesi di Calabria: Origini

Per queste prime presentazioni degli Occitani/Valdesi di Calabria saccheggio il sito (molto ben fatto, sebbene in costruzione) del Comune di Guardia Piemontese, al quale rinvio per maggiori informazioni.

I VALDESI
Il movimento valdese, al pari di altri movimenti di rinnovamento cristiano, nasce come tentativo di riportare la Chiesa di Roma, corrotta dal potere e nei costumi, agli ideali evangelici e all'insegnamento di Gesù.
Questo movimento fu fondato in Francia, a Lione, nel 1174 ad opera di un ricco mercante, Valdès o Valdo (poi chiamato Pietro Valdo), il quale utilizzò una parte delle sue ricchezze per far tradurre le Sacre Scritture in lingua volgare.
I valdesi incominciarono a predicare gli insegnamenti di Cristo in tutta la Francia meridionale, denunciando il degrado della Chiesa e la sua immoralità, fino a quando non furono condannati come eretici nel Concilio di Verona (1184), condanna che divenne definitiva nel IV Concilio Lateranense del 1215.
Dopo la scomunica, i loro seguaci si diffusero in Italia settentrionale e da lì si estesero in Austria e in Germania dove il movimento anticipò, più di ogni altro, aspetti che in seguito avrebbero caratterizzato la Riforma protestante del XVI secolo.

GUARDIA PIEMONTESE
In rosso, le località ad antico insediamento valdese,
in blu altri luoghi dove abitarono
Non si sa quando i valdesi giunsero in Calabria, né se ne conoscono con precisione i motivi.
Secondo alcuni studiosi, essi, vi giunsero attorno al XIII secolo spinti dall'esigenza di sfuggire alle persecuzioni in atto nelle valli piemontesi; secondo altri, ed è questa l'ipotesi più accreditata, il loro arrivo è da datarsi nella prima metà del XIV secolo a causa della mancanza di occupazione determinata dalla sovrappopolazione delle Valli.
In Calabria i valdesi trovarono terre molto fertili: "essendovi colline e pianure ornate da ogni sorta di alberi fruttiferi, come noci, castagne, ulivi, melangole ecc., e di terreni atti a ricevere ogni sorta di sementi, fecero colà convenzioni che pagando un tributo dei terreni che possiederebbero, potessero abitare a parte e fra loro costituire una comunità o più, e stabilire regolatori, con facoltà di imporre tagli e di esigerle senza essere obbligati di prenderne altra permissione nè renderne conto alcuna, eccetto fra di loro" (Giglio, "Istoire des èglises rèformèes autresfois applèes vaudoises", Ginevra, 1644).
Di tutto ciò le genti delle Valli ottennero regolare "istrumento" confermato dal Re di Napoli Ferdinando di Aragona.
I valdesi, oltre che a Guardia Piemontese (allora chiamata La Guardia), si insediarono in altre località della attuale provincia di Cosenza tra le quali occorre ricordare: Montalto Uffugo, Vaccarizzo, San Vincenzo La Costa e San Sisto dei Valdesi.
Fra tutti questi insediamenti, Guardia Piemontese è attualmente, e da moltissimo tempo, l'unico posto in cui si è conservata l'antica lingua occitana e, fino a non molto tempo fa, anche l'uso del costume tradizionale.
Il luogo fu scelto probabilmente per la sua posizione elevata (circa 514 metri sul livello del mare) e fu cinto da mura a scopo difensivo, inglobando l'antica torre d'avvistamento realizzata (assieme a molte altre sparse lungo la costa tirrenica) tra XI e il XII secolo per segnalare in anticipo le incursioni di pirati e saraceni.
Ecco come viene descritta Guardia dal Vegezzi – Ruscalla nel suo "Colonia Piemontese in Calabria" (Studio Etnografico - Torino 20 novembre 1862):
"Nella estrema parte d’Italia, dove la gran catena degli Appennini rasenta le tepide onde del Tirreno, ai piedi dell’Alpe che ha nome la Cresta del Bitonto, fra il rivo dei Vani a borea ed il rivo della Scala ad austro, nel territorio già, negli antichissimi tempi, della repubblica Turina ed ora della provincia della Calabria citeriore, circondario di Paola, mandamento di Cetraro, sorge sur una montagnuola un paesuccio, che, giusta l’anagrafe data dalla statistica amministrativa del 1861, contava 1517 abitanti dediti alle pacifiche cure dei campi ed in ispecial modo alla cultura dei bachi da seta. Alpestre ne è il territorio, però bene vi allignano la vite, il fico, l’olivo, il gelso ed i cereali, ma ciò che fa meglio conosciuto questo paese si è una sorgente termale di antica celebrità, le cui acque sono un potente rimedio contro le affezioni nervose da cui trasse il nome il vicino paese di Fuscaldo (Fons Calidus). Esso Comune ha nome Guardia, e la favella dei suoi abitanti è diversa da quella dei Comuni circonvicini, come è diversa la foggia di vestire delle donne, non che alcune costumenze rurali".

giovedì 25 settembre 2008

Arbëreshe, breve storia

Dal bel sito Vatra Arbëreshe, una breve presentazione storica dell'immigrazione degli albanesi nell'Italia meridionale e in Sicilia.

L'emigrazione albanese in italia è avvenuta in un arco di tempo che abbraccia almeno tre secoli, dalla metà del XV secolo alla metà del XVIII: si trattò in effetti di più ondate successive, in particolare dopo il 1468, anno della morte dell'eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderberg.
Secondo una tradizione di studi storici consolidata e anche secondo studi recenti sono almeno otto le ondate migratorie di albanesi nella penisola italiana, cui va aggiunta l'ultima recentissima cominciata all'inizio degli anni novanta del 1900.
Gli albanesi in genere non si stabilirono da subito in una sede fissa, ma si spostarono più volte all'interno del territorio italiano e ciò spiegherebbe anche la loro presenza in moltissimi centri italiani e in quasi tutto il Meridione.

La prima migrazione risalirebbe agli anni (1399 – 1409), quando la Calabria era sconvolta dalle lotte tra i feudatari e il governo angioino e gruppi albanesi fornirono i loro servizi militari.

La seconda migrazione risale agli anni (1416 – 1442), quando Alfonso I d'Aragona ricorse ai servizi del nobile condottiero albanese Demetrio Reres; che portò con sé un folto seguito di uomini. La ricompensa per i suoi servigi consistette nella donazione, nel 1448, di alcuni territori in Calabria e, ai suoi figli, in Sicilia, (paesi di Caraffa, Pellegorio, S. Nicola e Carfizzi vicino a Catanzaro e Piana degli Albanesi in Sicilia.).
(E ancora oggi le comunità più numerose si trovano in queste due regioni.).

La terza migrazione risale agli anni (1461 – 1470), quando Giorgio Castriota Skanderbeg, eroe nazionale albanese che aveva combattuto e respinto l'invasione turca nel 1443., inviò un corpo di spedizione albanese guidato dal nipote Coiro Stresso il quale Sbarcò nel 1461 a Barletta in aiuto di Ferrante I d'Aragona in lotta contro Giovanni d'Angiò;e i baroni ribelli, vinse e ricevette in premio il Gargano, Trani e S.Giovanni Rotondo. Sorsero così i paesi italo-albanesi di Chieuti, San Marco in Lamis, Roccaforzata e Martignano.

La quarta migrazione (1470 - 1478) coincide con un intensificarsi dei rapporti tra il Regno di Napoli e i nobili albanesi, anche in seguito al matrimonio tra una nipote dello Skanderberg e il principe Sanseverino di Bisignano e con la caduta di Krujia la quale nel 1478 cadde sotto il dominio turco e determinò una nuova migrazione verso l'Italia, migrazione guidata da Giovanni Castriota, figlio di Scanderbeg, verso i feudi di Soleto e Galatina nella penisola salentina. Queste popolazioni successivamente si trasferirono in Calabria e fondarono le comunità di San Demetrio, Macchia, San Cosmo, Vaccarizzo, San Giorgio, Santa Sofia, Spezzano e quasi tutte le altre comunità della provincia di Cosenza: 32 comunità italo-albanesi.
In questo stesso periodo una fiorente colonia albanese era presente a Venezia e nei territori a questa soggetti.

La quinta migrazione (1533 - 1534) coincide con la caduta della fortezza albanese di Corone sotto il controllo turco e fu anche l'ultima migrazione massiccia.

La sesta migrazione (1664) coincide con la migrazione della popolazione della città di Maida, ribellatasi e sconfitta dai Turchi, verso Barile, già popolata da albanesi in precedenza.

La settima migrazione (1744)vede gli abitanti Chimaroti, provenienti da Pikernion non lontano da Santi Quaranta nell'Albania meridionale, rifugiarsi a Villa Badessa (provincia di Pescara) in Abruzzo.

L'ottava migrazione (1774) vede un gruppo di albanesi rifugiarsi a Brindisi di Montagna, in Basilicata.

La nona migrazione è quella in atto ancora oggi.

mercoledì 24 settembre 2008

Calabria arcobaleno

Nel post precedente ho tratteggiato sommariamente la storia più antica del sovrapporsi di popoli e genti in Calabria, fino al delinearsi della divisione tra Calabria Citeriore e Ulteriore.
Ora proseguo l'excursus storico: soffermandomi sulle presenze attuali.

Accanto a Greci e Latini, numerori altri popoli giunsero nella nostra terra, alcuni per assimilarsi facilmente, altri continuano ad abitarvi, ed altri ancora se ne andarono o furono scacciati.

Il mito narra di Aschenez, pronipote di Noé, giunto a fondare Reggio: una leggenda che rimanda ad antiche frequentazioni orientali (probabilmente fenicie) che però non lasciarono tracce.
Ma tra i semiti, fin dai primi secoli dell'era cristiana giunsero gli ebrei, il cui numero (pur tra continue cacciate e rientri, conversioni forzate e spontanee e ritorni alla fede dei Padri) crebbe insieme all'influsso economico e culturale fino alla cacciata definitiva del 1541. Restano oggi tracce nei cognomi e in molte usanze variamente diffuse.
Anche gli arabi popolarono la Calabria a partire dall'VIII secolo, e sebbene per lo più si limitassero ad incursioni e depredazioni, vi fondarono emirati (Amantea, Santa Severina, Squillace) che durarono vari decenni, e la loro presenza rimane nei cognomi, in molte parole, in modi di dire (si Dddiu vola, comu vola Ddiu = inshallah) e forse in un certo atteggiamento caratteriale improntato alla rassegnazione.
Degli ebrei oggi non ci sono che presenze isolate, e difficoltosa sarà l'opera di ricostituzione di una comunità; esiste però la comunità riformata di Rabbi Barbara Aiello, che ha aperto una sinagoga a Serrastretta.
Gli Arabi stanno ora tornando non più come invasori, ma come immigrati, ma si tratta di un altro fenomeno storico, che pone diversi e numerosi problemi, ed il cui esito potremo vedere tra non prima di decenni.
Accanto a loro, si ha in alcuni paesi un insediamento di piccoli gruppi di Curdi, qui sbarcati in fuga dalla guerra e dalla miseria.

Con gli eserciti bizantini giunsero anche gli Slavi (segnatamente bulgari, o almeno questo era il nome che veniva loro dato, anche se probabilmente erano di varia origine) e gli Armeni; più numerose sono le tracce di questi ultimi, sebbene gli uni e gli altri abbiano finito per essere rapidamente assimilati.
Ora si assiste di nuovo ad un ritorno (in forme analoghe a quelle degli Arabi, e che pone più o meno le stesse problematiche), particolarmente di Ucraini, Russi e Bielorussi, ed insieme a loro i Latini d'Oriente, i Romeni, il cui Patriarcato ha anche assunto la reggenza dell'antico Monastero di San Giovanni Theristis; con essi sta quindi tornando anche la presenza dei cristiani ortodossi, non essendo mai mancato però il rito bizantino, grazie agli Albanesi uniti alla Chiesa cattolica.

Con gli Albanesi (Arbresh, Arbëreshë) giungiamo a quella che è la più grande minoranza etnicolinguistica della Calabria, presente in tutto il Mezzogiorno e in Sicilia, ma soprattutto nella nostra terra, nella quale ha anche sede uno dei due episcopati di rito orientale (l'altro è a Piana degli Albanesi).
Essi giungero in varie ondate a partire dal XV fino anche al XVIII secolo, chiamati dai Durazzeschi che per un periodo regnarono a Napoli, e spinti dall'incalzare degli invasori turchi, e conservarono la loro religione, le loro tradizioni e (per lo più, sebbene al giorno d'oggi siano diminuiti rispetto al passato ed alcuni paesi abbiano perso coscienza della loro origine, per fortuna si assiste ora ad una riscoperta del patrimonio tradizionale) la loro lingua.
Si installarono in tutte le province, esclusa quella attuale di Vibo Valentia, e a Reggio solo a Casalnuovo, frazione di Africo, dove però oggi sono scomparsi.
Anche nel caso degli Albanesi (come per Arabi e Slavi) si ha un ritorno, ovviamente diverso da quello del passato.

Nel XIII secolo giunsero dal Piemonte, dalle valli al confine con la Francia, gli Occitanici di religione valdese, che qui trovarono asilo sicuro nella possibilità di coltivare la terra ed esercitare il piccolo artigianato, nei paesi del Medio Tirreno cosentino; con la Controriforma e l'Inquisizione la loro tranquillità finì, e a migliaia furono vergognosamente massacrati.
I pochi che riuscirono a sopravvivere, forzati alla conversione, mantengono ancora oggi le loro usanze e la loro lingua solo a Guardia Piemontese (già Guardia Lombarda).
Di nuovo oggi sono presenti in Calabria alcuni piccoli gruppi valdesi, ma non si tratta di Occitanici, bensì di calabresi che (vendetta della storia!) si sono convertiti.

Dal XVI secolo invece sono presenti i Rom (zingari), che spesso si sono integrati al resto della popolazione, tra la quale esercitavano il mestiere di calderai, ramai, e cavallari.
Cambiate le condizioni sociali, purtroppo, sono cambiate anche le loro abitudini di vita, con le problematiche che tutti noi sappiamo, e con i mille pregiudizi che li circondano.

Un cenno va fatto alla presenza dei Cinesi, che giungono qui come in ogni parte d'Italia, anche se (ancora?) in piccolo numero, dediti al piccolo commercio, come al commercio ambulante sono per lo più dediti alcuni africani.

Infine, dal punto di vista religioso, oltre ai cristiani cattolici (di rito latino e bizantino), valdesi e ortodossi, e alle fedi degli altri immigrati, bisogna annotare la crescita di altri gruppi cristiani, in particolare Pentecostali e Testimoni di Geova.

Mosaico Calabria

Comincio con questo post a delineare un quadro generale della storia e dell'attualità multietnica della Calabria.
Seguiranno poi una serie di articoli che tratteranno dei diversi popoli che hanno abitato e continuano ad abitare la nostra terra.
Basta prendere un elenco telefonico di un qualsiasi paesino calabrese (ad esempio il mio, Monasterace, o negli immediati dintorni) per scoprire la varietà delle origini dei calabresi.
Troviamo Anania, di chiara origine ebraica, e Diano, che ha la stessa origine.
Albanese e Bressi (Arbrèsh) indicano un'origine albanese.
Spanò (imberbe), Trìchilo, Chidìchimo e molti altri sono di origine greca.
Arabo è Morabito, e di origine occitanica (provenzale) è Lombardo (prima Guardia Piemontese si chiamava Guardia Lombarda, in quanto "Lombardia" indicava genericamente l'Italia settentrionale.
Calderaro e Cavallaro sono spesso di origine rom (zingara).
Altri cognomi hanno origini più ambigue: gli apparentemente chiari Siciliano, Pugliese, Catalano e simili, oltre ad indicare l'origine da un antenato proveniente dalle rispettive regioni, possono indicare un'appartenenza ebraica; Greco può indicare anche un'origine albanese (gli arbresh spesso venivano chiamati "greci" o per confusione o perché realmente molti venivano da zone albanofone della Grecia) o ancora una volta ebraica, in quanto vi furono in Calabria molti ebrei provenienti dalla Grecia; Armocida può essere di origine greca (da armogios, frantoio) o araba (da al mujid, guerriero).

Posta, con la Sicilia, al centro del Mediterraneo, la Calabria è sempre stata una terra di passaggio, naturalmente destinata a diventare quel mosaico di genti, popoli, lingue, culture e religioni che è sempre stata e continua ad essere, ricca di influssi del passato e del presente.
Nell'antichità si succedettero Siculi e Tirreni, Coni e Itali (non dimentichiamo che originariamente il termine "Italia" indicava un territorio corrispondente all'incirca all'attuale provincia di Reggio), Morgeti, Pelasgi, Enotri, Campani, Mamertini (alcuni popoli in realtà sono mitici, ma altri ancora mancano all'elenco), fino alla forte stirpe dei Bruzi (Bretti), che diede nome alla terra fino all'VII sec. dC.
A questi popoli indigeni si sovrapposero gli Elleni, le cui colonie influenzarono profondamente la cultura fino alla stessa lingua e alla religione, e la Calabria fu conosciuta come Magna Grecia. Sconfitti questi dai Bretti e poi definitivamente dai Romani, giunsero fino a noi, nei secoli prima dell'era cristiana, la cultura e lingua latine, ma già nel VI secolo con Giustiniano e poi sempre più fortemente fino all'XI secolo, quando giunsero i Normanni, i greci ripresero il sopravvento, con la loro lingua e la loro religione ortodossa: fino al XVI secolo esistevano ancora diocesi di rito orientale, e la lingua greca prevalse a lungo nella Calabria meridionale, riducendosi sempre più, fino a restare confinata ad alcuni paesini dell'Aspromonte intorno a Bova.
Calabria Ulteriore
Calabria Citeriore
A questo duplice avvicendarsi di Greci e Latini è legata la divisione linguistica e culturale in Calabria Citeriore (all'incirca la provincia di Cosenza) e Ulteriore (il resto della Calabria), tanto che fino a qualche decennio fa si parlava sia di Calabria che di Calabrie.
Nella prima, gli influssi latini sono assolutamente preponderanti, ed anzi, nella estrema zona settentrionali sono presenti caratteristiche che si ritrovano solo nella confinante fascia lucana, oltre che in Sardegna: conservazione della qualità delle vocali (mentre nella restante Calabria e in genere in Italia, la quantità ha influito notevolmente; così qui si ha nUce e vOce, a differenza dell'italiano nOce e vOce, e del calabrese nUce e vUce), e nella coniugazione del verbo sono conservate "s" e "t" finali: tu canti, egli canta e voi cantate sono rispettivamente càntasi, càntadi e cantàsi (dal latino cantas, cantat e cantatis).
Nella Calabria Ulteriore si ha invece una forte rilevanza dell'elemento greco, sia nel lessico che nella grammatica e nella sintassi: assenza quasi totale dei tempi composti del verbo, rarità dell'infinito a vantaggio di costruzioni diverse (voglio cantare = vojju u cantu), e altro ancora.
Tra gli studiosi è ancora accesa la discussione se si debba parlare di una latinizzazione all'epoca normanna dopo una grecità quasi ininterrotta che risale alla Magna Grecia, o di una rilatinizzazione, dopo la grecizzazione succeduta alla caduta dell'Impero occidentale.
Il mio parere personale è che, come è accertato ai tempi dei Bretti e dei Greci, in Calabria ci sia stata una tradizione continua di bilinguismo, con successive contrazioni ed espansioni delle due lingue, che di volta in volta si alternavano come lingue del popolo e dei dotti.
Accanto alla grande distinzione tra Greci e Latini, abbondanti furono influssi e presenze di altro tipo, che presto vedremo...